Doriano Felletti

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IVREA. Contributi piemontesi alla storia della meteorologia

Il professor Giovanni Cossavella

Un interessantissimo studio, realizzato tredici anni fa dall’amico Fabrizio Dassano e pubblicato da Bolognino editore di Ivrea, relativo alla figura di Pietro Monte di Tonengo di Mazzè, mi consente di approfondire e aggiungere ulteriori notizie sull’evoluzione degli studi meteorologici in Piemonte e, in particolare, in Canavese.

La meteorologia moderna nacque con l’invenzione degli strumenti di misura, quali l’igrometro, il termometro, il barometro e l’anemometro (XVII – XVIII secolo). Il suo atto di nascita fu il 19 giugno 1657, data della fondazione a Firenze della Accademia fiorentina del Cimento, dove scienziati, finanziati da Ferdinando II dei Medici, iniziarono ad indagare con metodo sperimentale la situazione atmosferica. Questa fu la prima rete meteorologica internazionale, in quanto si organizzò un gruppo di osservatori che, sparsi sul territorio europeo, raccoglievano e inviavano dati con strumenti forniti dal Cimento.

Le stazioni della rete erano situate, oltre che a Firenze, a Vallombrosa, Cutigliano, Bologna, Parma, Milano, Parigi, Londra, Innsbruck, Osnabruck e Varsavia. L’evoluzione dell’osservazione in rete fu esaltata dall’invenzione del telegrafo (1843), che permetteva un rapido scambio di informazioni.

Gli organi ufficiali che coordinarono l’attività meteorologica in Italia furono il Regio Ufficio Centrale di Meteorologia (UCM), organo del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, istituito nel 1876, e la Società Meteorologica Italiana, nata nel 1880. Il modello di analisi prende il nome di meteorologia sinottica e studia la rappresentazione e l’analisi dei dati osservati e misurati simultaneamente su ampia scala. La convergenza di tutti i dati in un unico laboratorio permette l’elaborazione delle previsioni del tempo.

Un grande storico canavesano, Carlo Botta, nella sua opera “Storia naturale e medica dell’Isola di Corfù” del 1798, spiegava: “E’ evidente che sarebbe utilissima cosa che su tutta la superficie della terra, ed in tutti i punti dove s’intersecano i paralleli coi meridiani, vi fossero degli osservatori, i quali notassero diligentemente in tutte le ore del giorno il vento che spira. […] Paragonando finalmente insieme l’una con l’altra delle così fatte osservazioni, si verrebbe a discoprire in quale luogo un dato vento avrebbe incominciato”. Una rete di osservatori che comprendesse la natura dei venti avrebbe permesso di comprendere la genesi di ogni evento atmosferico.

Uno dei primi osservatori meteorologici attivi in Piemonte fu fondato ad Ivrea nel 1837 dal medico Lorenzo Francesco Gatta, presso la propria abitazione. Nacque a Colleretto Parella (oggi Giacosa) nel 1798 e fu una singolare e poliedrica figura di scienziato. Partecipò ai moti rivoluzionari del 1821. Arrestato, riparò in Svizzera. Tornò in patria e si dedicò agli studi, diventando medico del Regio ospedale e del Collegio e del Seminario vescovile di Ivrea. Si distinse quindi in qualità di ampelografo (ossia esperto di vitigni), arrivando a pubblicare nel 1833 il “Saggio intorno alle viti ed ai vini della provincia d’Ivrea”, in qualità di socio libero della Reale Società Agraria di Torino, e nel 1836 il “Saggio sulle viti e sui vini della Valle d’Aosta”, nell’XI volume delle Memorie della Reale Società Agraria. In seguito, promosse dal 1843 la società per la coltivazione della torbiera di San Giovanni, nei pressi di San Martino Canavese; si distinse per le cure prestate durante le epidemie di colera del 1854 e del 1867. La stazione meteorologica da lui creata proseguì le misure fino al 1873. Nel volume “Notizie topografiche e statistiche sugli Stati Sardi” stampato a Torino nel 1843 dalla Tipografia Chirio e Mina si legge: “I membri della Commissione delegati per la pubblicazione degli Annali di Fisica, penetrati dell’importanza sullo sviluppo delle osservazioni meteorologiche pel progresso della scienza, nell’accogliere favorevolmente i sunti trasmessi dal Dott. Gatta, animandolo a continuare anche per gli anni avvenire in siffatta onorevole impresa, ravvisarono importantissima la situazione d’Ivrea […] che può servire di nodo per le osservazioni […] e così dalle varie circostanze delle une e delle altre si potranno desumere le norme per la direzione dei venti dominanti, le loro influenze, e cose simili”.

Ad Ivrea sorsero altre stazioni meteorologiche. Nel 1865 venne istituito l’osservatorio del Seminario Vescovile, situato su di una torretta prospiciente al cortile nord, attivo fino al 1912. Della sua attività si sa poco. Su “La Stampa” del 21 agosto 1885, numero 230, alla pagina 3, si legge: “Piemontesi premiati all’estero – Ci annunciano da Anversa che il prof. Don Antonio Bonino, direttore dell’Osservatorio meteorologico d’Ivrea ed inventore del pluvio-vaporigrafo, ottenne a quell’Esposizione internazionale la medaglia d’oro. I rallegramenti degli amici.”

L’“Annuario scientifico ed industriale” pubblicato a Milano nel 1886 dai Fratelli Treves, conferma che il professor Bonino proveniva dal Seminario di Ivrea. Nel 1913 iniziò la propria attività l’osservatorio dell’Istituto Moreno, l’allora Scuola Normale; era situato su di un terrazzino oggi coperto da un tetto, vicino ad un cavedio confinante con il Palazzo Civico. L’attività continuò fino al 1944. Di più recente istituzione, invece, furono gli osservatori situati sul terrazzo di Palazzo Olivetti in via Jervis 11, con attività che si protrasse dal 1945 fino al 1966, e l’osservatorio situato nella centrale dell’ENEL in via dei Cappuccini 19, sulla sponda sinistra del Naviglio di Ivrea, con periodo di attività compreso tra il 1966 e il 1988. L’osservatorio di Lorenzo Gatta divenne parte della rete che faceva capo all’attività svolta da Padre Francesco Denza, presso l’osservatorio del Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri. Egli, fin dal 1860, aveva contatti con i direttori delle stazioni meteorologiche del territorio, per raccogliere e confrontare i dati da esse provenienti con quelli da lui raccolti. Fra questi, si ricordano Lorenzo Gatta ad Ivrea, Georges Carrel ad Aosta, Pietro Parnisetti ad Alessandria, Federico Craveri a Bra, Don Vittore Arcinetti a Pinerolo, Don Carlo Bruno a Mondovì, Alessandro Dorna all’Osservatorio Reale di Torino e Francesco Faà di Bruno a Torino San Donato. Una menzione merita l’osservatorio della città di Cuneo, che nacque più tardi, nel 1876, per iniziativa del professor Giovanni Cossavella, straordinaria figura di scienziato ed educatore.

Nacque a Bollengo nel 1834, insegnò fisica e scienze per 36 anni presso il Regio Ginnasio e Liceo “Silvio Pellico” di Cuneo; amico di Giovanni Virginio Schiapparelli, celebre astronomo saviglianese e direttore dell’osservatorio di Brera a Milano, convinse il sindaco a trasformare l’antico campanile della Chiesa di Santa Chiara, in via Cacciatori delle Alpi, in un osservatorio meteorologico debitamente attrezzato per le osservazioni e ne fu direttore dal 1876 al 1898. Cossavella fu anche biografo di Schiapparelli (“L’astronomo Giovanni Schiaparelli”, Tipografia di San Giuseppe degli Artigianelli, Torino 1914); morì nel 1919.

Merita di essere menzionata l’attività di Padre Francesco Denza, anche se non legata al territorio canavesano. Nacque a Napoli nel 1834 e giunse in Piemonte nel 1856, per esercitare l’incarico di insegnante di matematica e fisica presso il Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, prestigiosa istituzione scolastica rivolta ai quadri dirigenti dello stato sabaudo, voluta dal sovrano nel 1838 e affidata ai Padri Barnabiti, ordine religioso nato nel 1533, detto anche dei Chierici Regolari di San Paolo, che aveva nella propria missione l’educazione scolastica. Nel 1859 fondò la stazione meteorologica di Moncalieri. Prima di farlo si consultò con l’amico Padre Angelo Secchi: “Ho intenzione di stabilire in questo collegio un piccolo osservatorio meteorologico”.

Secchi, gesuita, direttore dell’osservatorio del Collegio Romano, era un’autorità in materia: nel 1855 aveva inaugurato, primo in Europa, una corrispondenza telegrafica giornaliera di osservazioni meteorologiche tra Roma, Ancona e Ferrara. A partire dal 1865, Denza iniziò le pubblicazioni del “Bullettino mensile di meteorologia”. Nel frattempo, la rete di osservatori meteorologici cresceva: nel 1871 comprendeva 16 osservatori tra Piemonte e Valle d’Aosta, più Lodi e Piacenza, da lui stesso fondati. Nel 1873 la rete fu battezzata col nome di “Corrispondenza meteorologica italiana alpina – appennina” e contava 28 stazioni. Nell’anno successivo si diffuse negli Appennini, giungendo, nel 1878, alla Sicilia e alla Sardegna. Nel 1880 venne fondata la Società Meteorologica Italiana, che prevedeva come osservatorio centrale quello di Moncalieri, a cui facevano capo 186 osservatori completi più altre stazioni termo pluviometriche o pluviometriche. I dati raccolti erano pubblicati sul “Bollettino mensuale”. Morì il 14 dicembre 1894 a Roma. La Società Meteorologica Italiana, con la morte del suo fondatore, venne sciolta, nonostante contasse ormai una rete di 500 stazioni, che passarono gradualmente alle dipendenze dell’Ufficio Centrale di Meteorologia di Roma. A fianco del Denza, un altro studioso barnabita, Padre Giuseppe Boffito, bibliotecario e direttore dell’osservatorio del Real Collegio Carlo Alberto dal 1898 al 1900, fu l’autore di “Per la storia della Meteorologia in Italia. Primi appunti (Osservatorio Centrale del R. Collegio Carlo Alberto in Moncalieri)”, pubblicato a Torino dalla Tipografia di San Giuseppe degli Artigianelli nel 1898.

Le figure di Padre Denza e di Padre Boffito conducono, con un filo di continuità, ad un’altro studioso di meteorologia, di origine canavesana: Pietro Monte, anch’egli padre Barnabita. Nacque a Tonengo di Mazzè il 21 agosto 1823, entrò nell’ordine nel 1839 e divenne sacerdote nel 1847. Dal 1848 al 1855 insegnò fisica a Parma, presso il Real Collegio Maria Luigia. Ottenne, a titolo d’onore, anche la cattedra di matematica e fisica presso la costituenda Regia Università degli Studi di Parma. A partire dal novembre 1855, si trasferì a Livorno, dove ottenne una cattedra per l’insegnamento della fisica presso il Regio Liceo annesso al Collegio barnabita di San Sebastiano. Nel 1856, Pietro Monte, avendo presumibilmente già maturato un forte interesse per la scienza meteorologica, forse influenzato dall’opera di Padre Denza che egli aveva seguito, allestì a sue spese, in due locali adiacenti alla Chiesa di San Sebastiano, una stazione di rilevamento di dati meteorologici. I dati venivano spediti al Museo di Firenze, ma due anni dopo egli fu contattato dall’Osservatorio Imperiale di Parigi, fondato nel 1855, affinché trasmettesse i dati delle proprie rilevazioni, tramite telegrafo con spese coperte dall’osservatorio francese. Nel 1858 iniziò la pubblicazione degli annuari di osservazione meteorologica. Nel 1865, il Prefetto di Livorno, su consegna del Ministero dell’Agricoltura, consentì a Monte di acquistare nuovi strumenti; in tal modo egli fu in grado di allestire un laboratorio più efficiente e di procedere con cura e competenza al rilevamento, alla correzione ed alla rielaborazione di un numero molto esteso di osservazioni. Pubblicò sulla celebre rivista scientifica “Il Nuovo Cimento” gli articoli “Del falso vulcano di Livorno” (volume 8 del 1858), “Osservazioni meteorologiche fatte nell’Imperial Regio Liceo di Livorno” (volume 7 del 1858), che fu anche pubblicato a stampa per l’editore Vigozzi di Livorno nell’anno successivo, “Nuova macchina per la caduta dei gravi” (volume 11 del 1860). Nel 1867 ottenne il brevetto per una sua invenzione dal nome “Nuovo indicatore dello stato del vapore nei cilindri delle macchine”, che fu premiato nello stesso anno a Parigi all’Esposizione Universale. Dal 1874 al 1888 tenne una quotidiana collaborazione sulla “Gazzetta Livornese”. Altre sue pubblicazioni a stampa riguardarono la caduta dei gravi e i sismografi. Fu membro onorario di molte accademie e circoli e tenne rapporti di amicizia e di studio con il Secchi, con lo Schiapparelli, con Padre Pietro Tacchini e con alcuni membri del Collegio di Francia. Pietro Monte proseguì la sua attività presso l’Osservatorio Meteorologico e come insegnante di scienze fisiche fino a quando, raggiunto il collocamento a riposo, decise di donare il suo laboratorio al Comune di Livorno. Morì il 4 maggio del 1888, lasciando un’impronta indelebile nella storia della meteorologia ed una serie di dati di grandissima importanza dal punto di vista scientifico.

La figura di Pietro Monte è oggi ricordata per un motivo di rilevanza sociale: la fondazione dell’asilo di infanzia in località Tonengo di Mazzè, argomento che sarà discusso nell’ambito di una prossima ricerca sulla fondazione delle istituzioni scolastiche.

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