Marta Rabacchi

Qualcosa di sinistra di: Marta Rabacchi

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Discorsi

emanuel macron

Ruoli diversi e contesti differenti. I discorsi di fine anno dei presidenti della Repubblica italiana e francese, pur entrambi irrituali, ci offrono la misura dello stato di salute – se vogliamo dire così – di un paio di democrazie europee. 

Sergio Mattarella, pur muovendosi nello spazio circoscritto delle prerogative «rappresentative» attribuite al suo ruolo dalla Costituzione, segna il discorso di fine anno con un paio d’importanti passaggi. Tirare in ballo i buoni sentimenti, anticipando apertamente le obiezioni di quanti – affascinati dalla politica incattivita – penseranno che è «solo retorica» (insistenza formale e superficiale in gesti, forme di vita, esaltazione di valori), significa andare proprio controcorrente. Un messaggio chiaro a chi soffia sul fuoco del rancore, alimentando la rivalsa verso gli altri, tutti gli altri.

Del discorso del presidente Mattarella merita altresì di essere sottolineato il riferimento all’universalità del Servizio Sanitario Nazionale, istituito quarant’anni orsono, a rappresentare l’universalità dei diritti primari come quello alla salute, un «grande motore di giustizia», un modello da preservare. Di fronte a una politica che conta di discriminare, attribuendo o negando diritti che sono ormai riconosciuti come diritti fondamentali della persona e non solo diritti di cittadinanza, il presidente della Repubblica ha indicato una diversa direzione di marcia.

Di tutt’altro tenore il discorso di Emmanuel Macron, alle prese con una grave crisi di credibilità testimoniata dallo slogan «La France en colère» e dalle manifestazioni dei «gilets jaunes». Il presidente «a présenté ses voeux debout», ha fatto gli auguri stando in piedi (come Jacques Chirac nel l997, durante il difficile periodo di coabitazione con il socialista Jospin). Non un dettaglio, questo, secondo gli osservatori. Infatti il presidente Macron ha voluto esprimere tre «voeux» (auguri) ai suoi compatrioti, battendo il chiodo della responsabilità, dello Stato di diritto e della democrazia rappresentativa.

«On ne peut pas travailler moins, gagner plus, baisser nos impôts et accroître nos dépenses, ne rien changer à nos habitudes et respirer un air plus pur!». Non possiamo lavorare meno, guadagnare di più, abbassare le tasse e aumentare le spese, non cambiare per nulla le nostre abitudini e respirare aria più pulita, ha detto il presidente, invitando tutti a guardare in faccia la realtà. Dopo aver ricordato che la libertà di cui godono i francesi «è presa a pretesto per parlare a nome della gente» da qualcuno che è «di fatto solo il portavoce di una folla piena d’odio», che se la prende con tutti, il presidente ha puntualizzato che «il popolo è sovrano: si esprime tramite le elezioni. Sceglie i rappresentanti che fanno la legge proprio perché siamo uno Stato di diritto». 

Prendere il toro per le corna non è servito a Emmanuel Macron: secondo un sondaggio realizzato dopo il suo discorso, il movimento dei «gilets jaunes» divide più che mai: un francese su due desidera che l’agitazione finisca anche se il movimento rimane popolare presso il 61 per cento degli intervistati.

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