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CHIVASSO. Il barone di Seebach

Questo racconto inizia con un quadro, attualmente conservato presso la Galleria del Senato di Spagna a Madrid. Il dipinto faceva parte della vastissima collezione di Diego Felipe de Guzman, marchese di Leganes, governatore spagnolo dello stato di Milano tra il 1635 e il 1641, generale, politico e fine estimatore d’arte; le opere dei più famosi artisti europei del tempo, esposte nella sua dimora a Madrid, facevano di lui uno dei massimi collezionisti d’arte della sua epoca. Tra le migliaia di tele appartenute al marchese e poi disperse tra gallerie private e musei, c’erano anche i ritratti dei mastri di campo che lo avevano accompagnato nel corso delle sue campagne di guerra, da lui fatti dipingere appositamente.

Tra questi quadri, uno in particolare risulta essere interessante per i chivassesi, non tanto per la qualità del pennello, di decorosa mano, ma per il personaggio rappresentato che, nell’angolo in basso a sinistra della tela, una breve legenda descrive come: “El Varòn de Sebach, Coronel de un Reximiento de Infanteria Alemana”.

Chi era costui e cosa ha a che fare con la storia di Chivasso?

Di lui il Borla e il Vittone, i due storici locali più eminenti, riportano pochi appunti: lo definiscono il “Tedesco barone di Sabach” e lo indicano come colui che ebbe il comando della guarnigione spagnola di Chivasso durante l’assedio francese del 1639 e che trattò la resa della città, salvando ai patti il suo reggimento dalla prigionia ma lasciando alla discrezione dei vincitori i piemontesi che avevano combattuto sotto le sue bandiere. Tuttavia, una ricerca più approfondita su fonti manoscritte piemontesi, spagnole e tedesche ci può svelare molto di più sul conto di questo personaggio che, dal marzo al giugno del 1639, ebbe nelle sue mani il destino della nostra città e, fortunatamente, non lo volle sfidare fino all’estremo sacrificio.

Hans Georg, barone di Seebach, signore di Grossfahnern e Osthofen, soprannominato Strassburger  in riferimento al luogo d’origine, nacque nel 1594, ultimo discendente in linea maschile di un’antica casata originaria della Turingia, un ramo della quale si era insediato in Alsazia nel XVI secolo. Egli dedicò buona parte della sua esistenza all’esercizio delle armi, combattendo al servizio imperiale d’Austria prima e di Spagna poi durante l’immane conflitto che insanguinò l’Europa tra il 1618 e il 1648, passato alla storia come “Guerra dei Trent’anni”.

Dopo una giovinezza passata a viaggiare spesso, soprattutto in Italia, nel 1632 si convertì al cattolicesimo per potere essere ammesso come gentiluomo di camera (Kammerherr) dell’arciduca Leopoldo d’Asburgo e diventare cavaliere di Malta; nel 1633 era già al servizio di Filippo IV di Spagna come colonnello di due reggimenti di fanteria e cavalleria arruolati nei territori tedeschi e operanti in Baviera agli ordini del duca Massimiliano, alleato cattolico dell’impero.

Il 6 settembre 1634, il barone di Seebach e il suo reggimento facevano parte del corpo di cavalleria spagnolo che partecipò alla battaglia di Nordlingen, dove le forze imperiali sbaragliarono quelle protestanti, frantumando il mito dell’invincibilià svedese.

Dopo le campagne di guerra in Germania, durante le quali i reggimenti del barone composti da avventurieri di ogni risma, tedeschi, borgognoni, napoletani e spagnoli, si distinsero per le razzie operate ai danni delle stesse popolazioni che li ospitavano, la corona spagnola richiese il suo servizio in Italia. Combattè agli ordini del marchese di Leganes e al suo fianco partecipò alla campagna di guerra in Piemonte nel 1639.

Nel 1641 lasciò il Piemonte e divenne membro del Consiglio di Guerra di Spagna, marchese e maresciallo di campo (Mestre de Campo General) nell’armata spagnola destinata alla riconquista della Catalogna minacciata dai francesi, ancora una volta sotto il comando del marchese di Leganes. In quella interminabile e dura campagna guidò il suo reggimento negli assedi di Tarragona, Tortosa e Lerida, contribuendo alla presa di Barcellona nel 1652. Morì così come era vissuto, combattendo per il suo re nel corso della difesa della piazzaforte di Gerona; colpito dalle cannonate mentre, a cavallo, respingeva l’ultimo di tre assalti francesi ai bastioni della città, il 23 settembre del 1653, spirò la notte seguente quando la città era già stata liberata dall’armata di soccorso di Don Juan d’Austria.

Alcune fonti spagnole lo descrivono come “un caballero de pocos bienes”, cioè con scarse disponibilità finanziarie, cosa molto comune a quei tempi per i proprietari di reggimenti spesati per la guerra, ma uomo dotato di grande sobrietà e rettitudine tanto che persino il grande letterato spagnolo Baltasar Gracian, nel suo celebre e arguto “El Criticon”, per dare un esempio, raro ed eccezionale, di tedesco astemio lo volle ricordare, definendolo “un alemàn aguado”.

Che fosse un soldato dotato di notevoli qualità organizzative e quindi preferito dai suoi superiori, soprattutto quando si trattava di difendere una piazzaforte, lo si capisce dai numerosi assedi che si trovò a sostenere nella sua carriera (fino all’ultimo che gli fu fatale), compreso quello di Chivasso nel giugno del 1639, avvenuto durante la guerra tra i principi Tommaso e Maurizio di Savoia, pretendenti alla successione del ducato, appoggiati dalla Spagna e la reggente Maria Cristina d’Orleans, vedova di Vittorio Amedeo I, appoggiata dalla Francia.

Chivasso, occupata alle prime luci dell’alba del 26 marzo 1639 dal principe Tommaso con circa 2000 dragoni, approfittando dell’assenza del governatore e della guarnigione, fu messa subito in stato di difesa e dotata di un presidio, alloggiato nelle case messe forzatamente a disposizione dai cittadini. Negli archivi comunali non sono rimaste tracce del passaggio del barone di Seebach e dei suoi uomini, a parte qualche accenno alle contribuzioni di legna e viveri fornite agli occupanti in quel periodo. Il Borla, nelle sue memorie, ricorda che dal “…generale tedesco Sabach tosto furono scacciati gli ebrei…” ma di questa seconda diaspora della comunità ebraica chivassese (la prima era stata nel 1471) non possediamo documenti anche se, effettivamente, gli spagnoli, fin dalla reconquista (la riunificazione della Spagna ad opera dei re di Castiglia), si erano accaniti nella persecuzione delle “minoranze” non cattoliche anche al di fuori dei propri confini.

Il dominio spagnolo su Chivasso, però, ebbe breve durata perché i francesi che non potevano lasciare nelle mani spagnole una città dalla quale veniva minacciata Torino, si mossero per recuperare l’importante piazzaforte. Le truppe, mandate dal Richelieu per difendere i diritti della Madama Reale, al comando del cardinale de La Valette, circondarono i bastioni di Chivasso il 14 giugno 1639 e, con una velocità sorprendente, la isolarono con una linea fortificata iniziando a cannoneggiarne le difese da più lati.

La vicenda si svolse con tempi e modi notevolmente diversi da quelli raccontati dal Borla e ripresi dal Vittone. Esistono, infatti, numerose ed interessanti relazioni sia di parte francese che di parte spagnola che descrivono molto dettagliatamente la battaglia che si combattè davanti ai bastioni di Chivasso ma una fra tutte merita di essere riletta, almeno nei passi più salienti. Si tratta di quella contenuta nel manoscritto di Valeriano Castiglione, intitolato “Historia della reggenza…” dove sono narrate le vicende della guerra civile in Piemonte tra i principi e Madama Reale.

Riguardo a Chivasso, il Castiglione, dopo averne fatto una descrizione per mettere in evidenza le sue caratteristiche di piazzaforte mediocre ma circondata da un terreno “…difficile à praticarsi in guerra per la copia delle siepi, e dé fossi…”, inizia a dare un’idea della disposizione delle truppe assedianti (i francesi) e delle varie batterie di artiglieria piazzate intorno ai bastioni. “..Il primo posto alli Cappuccini, di dove con batteria di due pezzi colpiva la porta di levante, ed il bastione di San Bernardino… (qui si parla del primo convento dei Cappuccini che sorgeva a circa quattrocento metri dalle mura sulla strada per Vercelli)… Con altra di tre batteva la piattaforma contraposta. La terza piantata alla punta del bastione delle monache feriva la porta di ponente, il bastione medesimo, e la piattaforma detta di San Giovanni; la quarta, costituita alla punta del bastione di San Bernardino bersagliava la mezzaluna della porta di levante…”.

La città era stata messa in stato di difendersi dal barone di Seebach; egli aveva ricevuto dal Leganes “…Sessanta carri di munizioni da guerra, nove pezzi di cannoni e altre provvisioni portatevi da trecento muli…”, oltre ai guastatori necessari per rinforzare le fortificazioni su disegno del capitano Cesare Targone, abile ingegnere milanese al servizio della Spagna.

Il Seebach aveva al suo comando 1.300 uomini di presidio, composto in gran parte da soldati tedeschi del suo tercio e da un nerbo di principisti piemontesi, ai quali si erano aggiunti due compagnie di cavalleria spagnola, quattro compagnie di fanti napoletani e tre di fanti spagnoli. Il governatore distribuì queste forze alla difesa della città, affidandole ai suoi capitani più esperti “…Teneva il capitano Kolbech la mezzaluna alla porta di levante; li capitani Confaloniero e Formica con gli italiani l’altra di ponente…Il bastione di San Bernardino difeso dal colonnello Ottavio Casanova con cento piemontesi e spagnuoli…La piattaforma di San Giovanni guarnita dalli capitani Carlo Antonio Valperga, Giovan Pietro Mazucchi e da Flaminio Tisetto con novanta piemontesi. Il bastione delle Monache guardato da centocinquanta alemanni sotto li capitani Zantman e Talaro. Il bastione del Mondovì dal capitano Bovino alemanno con altri centocinquanta, la piattaforma del Castello dal capitano Don Martino Taraschi con cento spagnuoli. Il bastione Verde da altrettanti alemanni sotto il capitano Sartore. La piazza d’armi tenuta dagli spagnuoli”.

Il principe Tommaso e il marchese di Leganes che avevano apprestato un corpo di soccorso per liberare Chivasso dall’assedio francese, persero tempo prezioso ad accordarsi sulla strategia da seguire mentre i rinforzi che i francesi attendevano stavano arrivando a marce forzate dalla Francia.

Un tentativo di introdurre in città uomini del presidio di Verrua fu sventato dalla cavalleria francese che li ricacciò sull’altra sponda mentre la cavalleria spagnola, al comando di Don Juan de Garay, perdeva tempo in lunghe ricognizioni per trovare altri guadi liberi dal nemico.

La guarnigione della città, ormai circondata, nella speranza di vedere le bandiere amiche all’orizzonte, resisteva al fuoco dei cannoni assedianti,  facendo anche delle sortite per cercare di disturbare lo scavo delle trincee di approccio ai bastioni. “Nel farsi delli suddetti approcchi usciti alla scaramuccia per difesa li capitani Fabio de Viti ed Astorre, restarono l’uno ucciso, l’altro ferito. Dentro la piazza morto per moschettata il capitano Nicolò Vischio e d’un sagro il capitano Giovan Domenico Solito”. Il barone di Seebach, come sembra facesse di solito, stava in mezzo ai suoi soldati, esponendosi ai tiri francesi e “…se bene ferito nella testa non desisteva dalle fatiche per la difesa della piazza, soldato veramente altrettanto intrepido di cuore, quanto valoroso di braccio”.

Finalmente le truppe del principe Tommaso e del Leganes comparvero alle spalle delle linee francesi “…fra il bosco di Caluso, ed il prato detto del Signore…” con l’intenzione di attaccare le batterie della porta di Torino e tagliare le comunicazioni con la capitale del ducato e i rinforzi in arrivo ma non avevano considerato il fortino che gli assedianti avevano “…fortemente trincerato all’apposito con batteria al Coccarello e Baione, cassine di sito alquanto rilevato…”. Contro quel rilievo, infatti, si infransero i violenti attacchi della fanteria spagnola, al comando di Don Antonio Sotelo che fu decimata dai cannoni e dalla carica della cavalleria francese; la fortuna aiutò ulteriormente gli assedianti quando una palla di cannone centrò il convoglio di polveri spagnolo e le truppe di rinforzo del duca di Longueville arrivarono nel pieno del combattimento a ribaltare l’ equilibrio delle forze in campo.

Nonostante le pressioni del principe Tommaso, infuriato per la condotta della cavalleria tedesca che non aveva sostenuto la fanteria nello scontro, il marchese di Leganes non volle ritentare l’assalto e decise di ritirarsi con tutte le sue truppe, lasciando la guarnigione di Chivasso al suo destino.

“Al Governatore Sebach non restava speranza di più lungamente potersi difendere, essendo certificato dalla relatione di due suoi capitani mandati fuori (con il permesso dei francesi), che il soccorso già stava rotto, e ritirato. Onde risolvette di capitolare…”.

Il barone, dopo aver rifiutato di parlamentare la notte stessa della battaglia come richiesto dai francesi, riunì il consiglio di guerra  per stabilire i termini della resa nonostante alcuni suoi ufficiali non fossero d’accordo “…per non esser stata per anco battuta, né brecciata la piazza…”. Il giorno dopo i capitani Confaloniero e Milano uscivano dalla città per comunicare le condizioni del barone di Seebach agli emissari del La Valette: restituzione della città a Madama Reale, lasciapassare per sé e i suoi uomini, clemenza verso i soldati piemontesi ed i sudditi chivassesi. Dentro la città si vissero ore di tensione quando il colonnello Casanova, comandante delle milizie piemontesi principiste, si oppose alla risoluzione del governatore dichiarando “…di non doverla chiudere, e segnare senza il consenso di tutti gli officiali maggiori, e senza aspettare almeno due assalti…”. Il barone di Seebach non volle accettare per evitare che la città, se conquistata combattendo, fosse sottoposta al saccheggio e al massacro degli abitanti. Il Casanova allora supplicò il La Vallette che, tra gli articoli della resa, fosse inclusa la libera uscita anche per il suo reggimento piemontese; i francesi prima fecero finta di accordarglielo poi, dopo che la guarnigione tedesca fu uscita da Chivasso, consegnarono lui e i suoi uomini al prevosto dell’armata che li condusse prigionieri a Torino.

Così, il 29 giugno 1639, la guarnigione, con in testa il barone di Seebach e il suo stato maggiore, usciva da Chivasso “…a bandiere spiegate, tamburo battente, palle in bocca, micce accese, bagaglio, munizione da guerra, carri per comune comodità, massime dé soldati infermi…”  e, attraversato il Po su un ponte di barche sotto la scorta di una compagnia di gendarmi francesi, si metteva in marcia verso Verrua.

Chivasso, nonostante fosse parte del ducato di Savoia, dovette subire il trattamento riservato alle città ribelli; spopolata e devastata dalla guerra fu occupata dai francesi e costretta a pagare per non vedere fuse in cannoni le campane delle chiese. Gli spagnoli, di lì a due anni, avrebbero tentato di riprenderla ponendo a loro volta sotto assedio i francesi… ma questa è un’altra storia.

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