Adriano Pasteris

Tra le granite e le granate di: Adriano Pasteris

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CHIVASSO. 4 novembre 1918

Cento anni fa, il quattro di novembre del 1918, terminava la prima guerra mondiale.  Era la fine di un incubo, di un flagello che aveva colpito l’Europa portandosi via oltre trenta milioni di vittime. Come se oggi scegliessimo due italiani a caso, di qualsiasi età, ceto, sesso e colore, ed uno dei due dovesse necessariamente morire o restare invalido per tutta la vita. Una tragedia quasi incomprensibile per noi che la guerra l’abbiamo vista solo al cinema o nei videogiochi. I nostri nonni, o bisnonni, non se l’aspettavano quella guerra. Erano i primi anni del novecento, gli anni della Belle Époque, della fede incondizionata nel progresso e nella scienza. Le invenzioni dell’automobile, del cinema, dell’illuminazione elettrica, della radio, del telefono, avevano migliorato gli standard di vita e generato un diffuso ottimismo. Sì, i nostri nonni, o bisnonni, inebriati e rassicurati dalle conquiste della civiltà, erano probabilmente convinti che, quasi sicuramente, non ci sarebbero più state guerre. I colpi di rivoltella sparati contro l’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, riportarono tutti alla realtà, o meglio, fecero piombare tutti in un incubo senza fine durante il quale la fiducia nella ragione sarebbe definitivamente svanita, nelle trincee prima e nei campi di sterminio poi, attraverso un doloroso continuum lungo trent’anni. Che cosa ci resta di quell’esperienza? Che cosa dovrebbe insegnarci? Si, certo, innanzitutto l’orrore per la guerra, per quel turbine malvagio che entrò prepotente in ogni casa, in ogni famiglia, per portarne via la parte più preziosa: i figli. Ma da questo punto di  vista, ad essere sincero,  non mi sembra che abbiamo imparato molto e se settantatré ininterrotti anni di pace ci sembrano un bel record, non sono certo che la pensino così anche i Serbi piuttosto che i Croati, oppure i Ceceni o gli Ucraini. A rileggere i discorsi di chi si schierò dalla parte della guerra, di chi fin da subito predicò l’avversione ed il disprezzo per il nemico, emerge un’altra amara constatazione, ovvero che il seme dell’odio non muore mai. Giace per anni sotto la coltre rassicurante dell’indifferenza verso il prossimo, della fiducia nel buonsenso che ognuno di noi si cuce addosso a propria misura, della confortante presunzione di essere sempre nel giusto. Poi esplode all’improvviso, quando meno te lo aspetti, nel nome di una bandiera o di un simbolo qualsiasi, per difendere un’idea di democrazia che ci piace solo fino a quando si fa come diciamo noi. È gli effetti dell’odio possono essere davvero aberranti. Ecco, anche questo dovremmo ricordare a cento anni di distanza da quel quattro di novembre 1918, da quella che, non dimentichiamolo fu una vittoria e che, da un punto di vista meramente storico, ovvero al netto di partigianerie posteriori, va detto permise al nostro Paese di continuare il suo cammino sulla strada dell’unità nazionale. Nonostante le aberrazioni successive. Ma questa è un’altra storia.

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