Home / BLOG / CAVAGNOLO. Casimiro Barello da Cavagnolo. Il pellegrino della povertà
RITRATTO di Casimiro Barello.

CAVAGNOLO. Casimiro Barello da Cavagnolo. Il pellegrino della povertà

A parlar di povertà, oggi, sono le statistiche. Ai soliti che poveri lo sono da sempre, si sono aggiunti i “nuovi poveri”, l’ultimo prodotto della crisi economica-finanziaria. In ogni caso, la povertà non è troppo di moda. Anzi, dai cultori dell’immagine del “vincente ad ogni costo” è disprezzata, a dir poco. Comunque temuta da tutti, da chi la vive, da chi cerca di allontanarsene, da chi teme di cascarci. Quindi nessuno o ben pochi la cercano. Così è sempre stato.  Le nostre colline    hanno conosciuto grandi fatiche e grandi povertà, ancora fino a pochi decenni fa.  Mai volontarie, però. E quindi è normale che ancora oggi facciano  scalpore e suscitino meraviglia le vite di coloro che la povertà l’hanno scelta. Per qualcuno è pure scandaloso, inaccettabile. Invece  la parola “povertà” possiede almeno un altro significato: quello di “rinuncia ai beni terreni come virtù evangelica”.  E’ la strada che ha condotto Casimiro Barello, nato a Cavagnolo nel 1857, morto ad Alcoy (Spagna) nel 1884, ad essere considerato “Venerabile”,   di cui è stata proclamata nel 2000 “l’eroicità delle virtù” dalla Chiesa Cattolica. Primo passo di un processo canonico che potrebbe portare alla Beatificazione ed alla Canonizzazione.

Il periodo storico. 

Casimiro Barello visse nel periodo delle guerre d’indipendenza, della proclamazione del Regno d’Italia, e della presa di Porta Pia,  con  Roma capitale del regno. Periodo di grandi turbolenze civili e religiose, dopo la   scomunica lanciata dal Papa verso il Re e verso coloro che avevano perpetrato l’occupazione dello Stato Pontificio. Periodo di grandi difficoltà sociali: i contadini vivevano con fatica la loro condizione, l’analfabetismo era diffusissimo, e l’unità d’Italia aveva portato nuove tasse, tra cui quella sul macinato. Il servizio militare obbligatorio portava via braccia alla campagna, ma anche bocche da sfamare. Malattie ed epidemie erano diffuse.  Erano considerati fortunati quei contadini che possedevano la casa e la terra. Per questo grande fu lo stupore degli abitanti di Cavagnolo,  quando  il giovane  Casimiro Barello, a 18 anni,   scelse di abbandonare tutto, famiglia casa   lavoro in campagna, e di andarsene ramingo per il mondo pregando e praticando la povertà assoluta. Accadde nel 1875. Casimiro era figlio primogenito in una famiglia non ricca, ma che viveva in modo dignitoso la sua condizione contadina. Sapeva leggere e scrivere e far di conto. Aveva uno zio prete a Casale. Ma più di ogni cosa sentiva il bisogno di raccogliersi in preghiera, dovunque gli fosse possibile.  Fu ospite a Genova, si recò in Spagna, al servizio di un commerciante, si ammalò, tornò in Italia per svolgere il servizio militare: ovunque si fece notare per la scelta consapevole di distribuire qualsiasi guadagno ai poveri, e di passare la maggior parte del tempo libero in adorazione e preghiera. Praticò la stessa attitudine durante il servizio militare, che svolse in diversi luoghi d’Italia: Venezia, Bussolengo, Pescara. Ebbe qualche caduta, qualche intemperanza, ma seppe tornare sulla “sua” strada.   Suscitò più volte l’attenzione dei gendarmi, che lo consideravano un mendicante, fin che non poteva dimostrare di essere un cittadino normale, forse un po’ diverso dalla massa.

Le scelte di vita. 

Ma cosa lo spingeva ad affrontare disagi, prese in giro, digiuni e umiliazioni? “Stimatissimo padre, sono arrivato al termine del servizio militare, e ne ho intrapreso un altro senza chiedere il vostro volere….”. Inizia così una sua lettera al padre, in cui spiega la sua scelta di vita, ormai maturata in modo preciso. Era l’anno 1880. Casimiro descrive la sua chiamata, la visione di Maria Santissima, la sua guarigione avvenuta in modo miracoloso, non grazie ai medici o alle medicine:  ribadisce la sua grande gratitudine verso i genitori, ma sa di portare un “..intimo segreto del cuore, infuso da Dio nella mia mente: non sono stato creato per le cose della terra, ma per le cose del cielo….”.

La stessa profonda convinzione viene espressa nella lettera alla fidanzata, che a casa lo aspettava:  anche a lei spiega “.. le nuove  risoluzioni che il Signore mi ha ispirato..”. 

Un po’ a malincuore, il padre di Casimiro gli concesse il permesso di viaggiare. Si recò  a Roma, a Livorno,  si imbarcò per Barcellona, dove arrivò dopo un viaggio davvero difficoltoso. Rimase lì o nei dintorni fino al 1881, quando seppe della morte di suo padre.  L’anno successivo  attraversò “il suo deserto”:   per diversi mesi soggiornò in luoghi solitari e deserti.  E’ certo che in quel periodo Casimiro si nutrì  di erbaggi e radici crude, e come giaciglio ebbe qualche avanzo di capanna o qualche incavo di roccia.  Tornò al  suo peregrinare: la fede nel “divino”  lo spingeva ad abbandonare tutto,   per darsi completamente a Dio, seguendo la Sua volontà, l’unica di cui fidarsi totalmente. Andò visitando i principali santuari di Spagna,  peregrinando di città in città, passando a volte sia il giorno che la notte raccolto in preghiera. Era diventato un uomo nuovo. Fu catturato a Tarascona dalle guardie, che ebbero dappertutto lo stesso comportamento: poiché  era  diverso dagli altri,  veniva sospettato e  punito. A Madrid fu imprigionato. Suscitò interesse e ammirazione, per la sua dignità, pur nelle povere vesti. Per la sua compostezza, pur nella totale povertà. Ma soprattutto per la grande e profonda devozione che dimostrava, non appena gli era possibile recarsi in una chiesa. Restare in adorazione del Santissimo, questo era il suo compito principale. Così scrissero di lui ad Alcoy  nel 1882. Nel 1883 tornò a Cavagnolo,  dopo aver subìto  alcuni fermi da parte della polizia, prima di arrivare a casa.  Era così male in arnese che persino i congiunti ne rimasero imbarazzati, anche se stavolta Casimiro si dimostrò allegro e gioviale con tutti: aveva consapevolezza che non c’era nulla di cui vergognarsi, nella sua povertà estrema. Anzi,  la portava con  fierezza. Si fermò a Cavagnolo circa un mese, trascorrendo le sue giornate in preghiera,  e durante quel mese  rinunziò alla sua parte di eredità a favore del fratello Corrado. Quando ripartì, la stagione era fredda e la neve ricopriva il terreno: fu convinto a portare le scarpe, ma le portò per poco, fino all’incontro con un povero più povero di lui, a cui le donò. A Genova attirò ancora una volta l’attenzione delle guardie, fu incarcerato e solo dopo alcuni giorni rilasciato: ma con l’ordine di lasciare immediatamente la città. Casimiro Barello viaggiò ancora molto per l’Italia centrale, giungendo a Campobasso, dove prima fu catturato dai carabinieri, poi obbligato a tornare a Cavagnolo, attraverso Pisa, Pistoia, Genova, sempre transitando nelle carceri come se fosse un malfattore. A Chivasso la notizia del “frate prigioniero”  si sparse in un attimo , e lungo il tragitto maleducati e maligni lanciarono ogni sorta di epiteti contro di lui, che sopportò tutto senza proferire una parola. Anche a Cavagnolo arrivò legato, e quando i parenti lo incontrarono, ne restarono mortificati. Ma ancora una volta, fu Casimiro a rincuorarli.  “Questo mio modo di vivere non dev’essere né di scandalo , né di disonore a nessuno, ma bensì di consolazione ed orgoglio”  andava dicendo. Era settembre 1883. Fu l’ultima volta che Casimiro tornò al suo paese. Stavolta oltre alle consuete devozioni, consuete per lui, ebbe anche incontri  con i prevosti dei paesi vicini, soprattutto con don Antonio Delmastro, parroco di Brusasco.  E con l’arciprete di Monteu da Po.  Si fece quindi un gran parlare di lui, nel paese ed in quelli vicini, e come sempre qualcuno lo considerò santo, qualcuno matto, qualcun altro lo considerò un furbacchione che evitava di lavorare….

L’ultimo viaggio.

Casimiro Barello partì per la Spagna  l’8 ottobre 1883, e stavolta non vi furono intoppi: quella era la direzione da prendere, e Casimiro si incamminò senza indugi. Fu a Valencia, a Jativa, e infine ad Alcoy, dappertutto accompagnato da un numero sempre maggiore di persone, che erano colpite dal suo fervore mistico,  che a sua volta risvegliava la loro fede e devozione. Le persone che avevano contatti con lui rimanevano colpite, incantate, da quell’uomo: alcuni pensavano di trovarsi dinanzi ad un altro  s.Francesco d’Assisi. Quando parlava, si sentivano toccati da qualcosa di speciale. Famosa divenne la colletta che Casimiro organizzò per i carcerati: fu enorme la partecipazione del popolo, e lui stesso si incaricò di  tirare il carretto pieno di cibo  fino al carcere, sotto la pioggia. Qualcuno cominciò a dire di lui che era un Santo. Ad Alcoy fu ospitato dalla famiglia Valero, ma furono i suoi ultimi giorni: il suo fisico debilitato era riuscito a resistere oltre misura.  Sicuramente si sarebbe potuto affermare che egli aveva  svolto fino in fondo il compito per cui era stato chiamato, essere Pellegrino di Dio. Morì ad Alcoy il 9 marzo 1884. 

I prodigi attribuiti a Casimiro Barello.

Dopo la sua morte, il corpo fu esposto alla venerazione dei fedeli, ed anche a Cavagnolo, quando arrivò la notizia, si generò un profondo ravvedimento di giudizio nei suoi confronti,  ed una grande  commozione collettiva. E qualche tempo dopo, non avendo avuto risposta alla richiesta di traslazione della salma da Alcoy, fu organizzato un funerale in memoria di Casimiro Barello, che sicuramente fu il più imponente che il paese avesse mai visto.  In Spagna  vi furono parecchi casi documentati  di guarigione che vennero attribuiti  alla sua intercessione (come è avvenuto anche ai nostri giorni), ed anche guarigioni accadute (secondo  le testimonianze) attraverso il contatto con oggetti a lui appartenuti, o paglia del suo giaciglio. Una bambina che non poteva stare in piedi da sola, riprese a camminare da sé, dopo aver ricevuto dai genitori una medaglietta che aveva toccato il corpo di Casimiro. Una signora di Jativa, infettata dal catarro, bevve l’acqua in cui aveva messo pezzetti di paglia del letto del Pellegrino, e l’indomani si ritrovò guarita. Una signora, considerata ormai spacciata dai medici,  ebbe in dono dal signor Valero il crocefisso che Casimiro portò in vita. Collocato al collo dell’inferma, suscitò una guarigione perfetta. Così come il giovane militare, con grave malattia agli occhi, guarì dopo l’applicazione sul viso di un fazzoletto appartenuto al Pellegrino. Ed altri ancora risultano nel libro scritto da Don Giovanni Battista Semino, sacerdote genovese direttore spirituale di Casimiro Barello e suo primo biografo. L’arcivescovo di Valencia, interpellato sui fatti prodigiosi attribuiti a Casimiro Barello, rispose che lo riteneva un servo eminente di Dio. Purtroppo parte della  documentazione andò persa durante la guerra civile spagnola. Quel che conta è l’eredità morale e spirituale che ha lasciato il Venerabile  Casimiro Barello,  pellegrino di Dio: la testimonianza della vera povertà evangelica, secondo l’insegnamento delle Beatitudini…

di Beppe Valesio  con la collaborazione  di Marco Gerli

Bibliografia: Vita del Pellegrino Casimiro Barello, da Cavagnolo ad Alcoy, di Giovan Battista Semino, ed. Portalupi

Commenti

Blogger: Giuseppe Valesio

Giuseppe Valesio
E se fosse buonsenso?

Leggi anche

IVREA. La nascita del Personal computer: una storia canavesana

Nell’accezione attuale, il termine “computer” indica una classe di elaboratori, dai tradizionali dispositivi da tavolo …

CASTELLAMONTE. Linea GTT, Mazza tuona: “Stufi d’essere snobbati”. Parte la class action

Il dramma quotidiano dei pendolari canavesani, del quale spesso si parla e che mai si …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *